La settimana decisiva – S04E09

–248 giorni alle elezioni statunitensi
oggi si vota in South Carolina

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Quest’anno la sorpresa di ottobre è arrivata a febbraio, e questo è Da Costa a Costa.

Uno degli elementi ricorrenti delle campagne elettorali americane è la cosiddetta “October surprise”, la sorpresa di ottobre. In parole povere, un fatto sorprendente – organizzato deliberatamente o del tutto imprevedibile – che ottiene un qualche impatto sulla campagna elettorale a ridosso del voto per le elezioni presidenziali, che si tengono a novembre. Kissinger che nell’ottobre del 1972 organizza una conferenza stampa per dire che la pace in Vietnam è “a portata di mano”, per esempio. La notizia dell’arresto di George W. Bush per guida in stato di ebbrezza nel 2000. Il video minaccioso diffuso da Osama bin Laden nell’ottobre del 2004. L’uragano Sandy nel 2012. Nel 2016, poi, di sorprese di ottobre ce ne sono state addirittura tre: il video in cui Trump si vanta di molestare le donne, la diffusione delle email sottratte al Partito Democratico, la decisione dell’FBI di riaprire l’indagine su Hillary Clinton.

Quest’anno, come avrete capito, il fatto del tutto imprevedibile che rischia di avere un sostanzioso impatto sulla campagna elettorale e sul suo esito rischia di essere arrivato a febbraio (ma non temete: ce ne saranno molti altri). I casi di persone contagiate dal nuovo coronavirus cominciano a essere scoperti anche negli Stati Uniti – dove probabilmente, come in Italia, esistevano già da settimane senza che venissero accertati come tali – e ieri si è chiusa la peggior settimana per le borse americane dai tempi della crisi globale del 2008: le conseguenze dell’epidemia sull’economia globale cominciano a fare persino più paura del virus.

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La sfida che hanno davanti gli Stati Uniti non è diversa da quella che hanno davanti gli altri paesi, Italia compresa.

Da una parte, bisogna provare a rallentare l’inevitabile allargamento dell’epidemia. Capiamoci, il virus è probabilmente incontenibile, come ha spiegato di recente un importante epidemiologo di Harvard: lo prenderemo in tanti (lui dice tra il 40 e il 70 per cento della popolazione mondiale) e per moltissimi di noi sarà semplicemente un’influenza. Il nuovo coronavirus probabilmente resterà in circolazione per gli anni a venire, unendosi agli altri coronavirus già noti, e noi nel frattempo svilupperemo anticorpi e vaccini. Il fatto però che sia un virus nuovo lo rende oggi molto contagioso, molto più della normale influenza, perché non abbiamo ancora anticorpi per respingerlo. Il fatto che attualmente non esista un vaccino allarga ulteriormente il numero dei potenziali contagiati, molto più che con la normale influenza. Il fatto che questo virus sia un po’ più aggressivo della normale influenza, infine, produce un piccolo ma rilevante aumento delle persone ammalate che richiedono un ricovero. Il rischio, insomma, è soprattutto mettere sotto enorme pressione gli ospedali, i reparti di rianimazione e terapia intensiva. Le misure che stiamo adottando in Italia e nei paesi con i focolai più grandi non servono a debellare il virus: avete notato che non stiamo più cercando il paziente zero? Quella nave è salpata. Le misure servono a rallentare il contagio: a evitare di ammalarci tutti insieme.

Dall’altra parte, bisogna provare a evitare che la fuga da un guaio, l’epidemia, finisca per creare un guaio altrettanto grosso, il collasso dell’economia. Chiunque tra voi lavori per un’attività commerciale – come imprenditore o come impiegato – sa che razza di settimana è stata questa. Le aziende grandi e piccole stanno perdendo tanti, ma tanti, ma tanti di quei soldi che è molto difficile immaginare possano essere recuperati quando tutto questo finirà. E siccome questo potrebbe impiegare un bel po’ a finire, nel frattempo molti rischiano di andare a gambe all’aria: vale sia per la profumeria sotto casa che per l’industria di componentistica che per la compagnia aerea. Siete lettori intelligenti, capite benissimo che non è questione di scegliere tra la propria salute e il vil denaro: si parla dei posti di lavoro di milioni di persone, e abbiamo fresco abbastanza il ricordo dell’ultima crisi da ricordarci cosa comporti una grave crisi economica, anche in termini di salute delle persone.

In questi giorni siamo tutti epidemiologi e capi della Protezione Civile, e non facciamo altro che discutere di norme e leggi e ordinanze e limiti dei quali non capiamo il senso. Che senso ha riaprire le scuole tra sette o dieci giorni, che senso ha averle chiuse? Perché i bar possono restare aperti ma solo fino alle 18? Il punto è proprio la tensione tra i due obiettivi di cui sopra. Dobbiamo rallentare i contagi ma non dobbiamo fermare l’economia. Dobbiamo essere molto responsabili con i nostri comportamenti, soprattutto se pensiamo di avere dei sintomi, ma non dobbiamo smettere di uscire di casa, entrare nei negozi, provare un paio di jeans, cercare una nuova tv, comprare un libro. Non è semplice trovare un punto di equilibrio. Lo troveremo.

Sì, sono andato un po’ fuori tema, ma mi sembrava che potesse servire. Soprattutto, mi sembrava che questa premessa fosse necessaria per inquadrare il problema anche alla luce delle sue potenziali conseguenze sulla politica americana e la campagna elettorale: le attuali e potenziali implicazioni e ramificazioni di questa storia sono tantissime. Ogni tanto – anche un po’ più di ogni tanto – qualcuno di voi mi chiede rispondendo a queste newsletter, su Instagram oppure di persona: «Ok, ma chi vince le elezioni?». La mia risposta è sempre che non lo so, e credo che chi dovesse darvi oggi risposte diverse vi starebbe prendendo in giro, starebbe tirando a indovinare o vi starebbe semplicemente rivelando per chi fa il tifo. Non solo non è possibile sapere chi vincerà le elezioni presidenziali senza sapere chi vincerà le primarie del Partito Democratico, ma come facciamo a sapere chi vincerà le elezioni senza sapere cosa succederà nei prossimi mesi? Se ci sarà o no una recessione negli Stati Uniti, e se sì quando? Se sarà una recessione tecnica di cui le persone si accorgeranno poco o se durerà molto e farà danni? Se finirà in tempo per innescare un gran rimbalzo oppure no? Come facciamo a sapere chi vincerà le elezioni senza sapere come l’amministrazione Trump gestirà l’epidemia? Se gli americani finiranno per prendersela con Trump oppure no, visto che il nuovo coronavirus è un fenomeno globale? La politica non è solo strategia, candidati, messaggio, identità, proposte: in larghissima parte è realtà. È quello che succede e come ci si adatta a quello che succede.

Fino a questo momento Trump ha cercato di minimizzare e tranquillizzare, accusando i media di aver preoccupato gli investitori e i mercati. Questa settimana ha annunciato un piano da 2,5 miliardi di dollari per contrastare la diffusione del coronavirus (i Democratici ne avevano chiesti molti di più) e ha dato al vicepresidente Mike Pence l’incarico di coordinare la risposta del governo. La nomina di Pence è stata molto criticata per i danni che fece nel 2015 quando da governatore dell’Indiana sottovalutò un caso di contagi da HIV portando alla peggiore epidemia nella storia del suo stato, e mostrando una notevole ignoranza e impreparazione; e perché soltanto nel 2000 sosteneva ancora che fumare non uccide (!). Non proprio la persona più indicata per gestire un grosso problema di salute pubblica insieme a ricercatori e scienziati. Inoltre, allo scopo di tagliare le dimensioni e i costi del governo federale, nel 2018 la Casa Bianca eliminò dal suo organigramma la figura del coordinatore della risposta a una pandemia. Oggi il governo statunitense non ha una persona che coordini e segua le decisioni di tutte le agenzie interessate a vario titolo dalle emergenze sanitarie, e la cosa sta già creando una certa confusione. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni: ne riparleremo.

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Ecco una frase che ho sempre sognato di dire: ma voltiamo decisamente pagina.

Oggi si vota in South Carolina per le primarie del Partito Democratico. Sono le ultime prima del Super Tuesday di martedì 3 marzo, quando si voterà contemporaneamente in quattordici stati, e il South Carolina è lo stato più popoloso in cui si sia votato fin qui. Inoltre, è il primo stato in cui si vota in cui le persone non bianche saranno con ogni probabilità la maggioranza dei votanti. E fin qui sono stati molto pochi i candidati in grado di ottenere i voti delle persone non bianche: di fatto solo Bernie Sanders e Joe Biden. Per questo motivo, le primarie del South Carolina mettono in palio più dei 54 delegati che saranno assegnati.

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