Qual è il piano? – S04E28

–122 giorni alle elezioni statunitensi

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Non abbiamo ancora capito se gioire per esserci messi alle spalle già metà 2020 oppure tremare per la prossima metà, e questo è Da Costa a Costa.

Bill Gates sapeva del coronavirus ma lo ha tenuto nascosto, e ha già brevettato il vaccino. Anzi, lo ha proprio creato lui il virus, e ora vuole usare il vaccino per ridurre la popolazione mondiale attraverso una sterilizzazione di massa, sorvegliare ogni nostro spostamento e controllarci attraverso il 5G. D’altra parte, sapevate che Bill Gates non ha fatto vaccinare i propri figli?

Vi tranquillizzo: non sono impazzito. Ma queste teorie negli scorsi mesi sono state raccontate da articoli letti milioni di volte, da video visti milioni di volte, da post e meme che chiunque di noi ha ricevuto almeno una volta su WhatsApp o su Facebook. George Soros, scansati. Davanti a un fenomeno così ampio, con teorie infondate capaci di arrivare fino alle aule parlamentari e di raggiungere tantissime persone, è il caso di farsi delle domande. È il caso di capire se e cosa abbia fatto Bill Gates per legittimare se non addirittura innescare questo tipo di pensieri. Ed è il caso di farlo anche perché è una buona opportunità per conoscere meglio chi è Bill Gates, cosa ha fatto, cosa sta facendo, e come la sua fondazione benefica sia diventata fondamentale e inaggirabile sullo scenario internazionale.

Lo racconto nella nuova puntata del podcast di Da Costa a Costa, che è uscita stamattina e potete ascoltare gratuitamente su tutte le piattaforme di podcast, da Spotify a Spreaker, da Apple Podcasts a Google Podcasts, oppure semplicemente cliccando play qui sotto.

Ascolta “S04E14. È stato Bill Gates” su Spreaker.

Vi ricordate del comizio di Donald Trump a Tulsa? Sono passati venti giorni e purtroppo sembra che le preoccupazioni di quei giorni fossero corrette. Poco dopo quel comizio, otto collaboratori di Trump e due agenti della scorta presenti a Tulsa si sono ammalati di COVID-19. Qualche giorno fa altri otto agenti della scorta sono risultati positivi al coronavirus. La città di Tulsa, nel frattempo, ha fatto registrare il numero più alto di nuovi contagi dall’inizio dell’epidemia. Bruce Dart, il capo del dipartimento della Salute della città, ha detto in una conferenza stampa: «È noto che ci sono stati alcuni grandi assembramenti poco più di due settimane fa. Credo che basti fare due più due». Un secondo comizio di Trump era previsto per stasera in New Hampshire ma è stato annullato, ufficialmente per il maltempo (anche se le previsioni non sono così tragiche).

È una situazione esemplare di quello che sta succedendo negli Stati Uniti. Anche questa settimana il record dei nuovi contagi quotidiani è stato superato più volte – l’ultima volta ieri: oltre 66mila casi – e in oltre trenta stati americani l’epidemia sta avanzando o è completamente fuori controllo. Da quando sono stati rimossi i lockdown, in Florida i contagi sono cresciuti del 1.393 per cento, in South Carolina del 999 per cento, in Arizona dell’858 per cento, in Texas del 600 per cento, in Georgia del 245 per cento. Nonostante questo, il presidente Trump insiste sulla necessità di riprendere ogni attività come se l’epidemia non ci fosse, e questa settimana è arrivato a minacciare di tagliare i fondi federali per l’istruzione a quegli stati che decideranno di non riaprire le scuole. Il risultato: in Florida, dove si va al ritmo di 9-10.000 casi nuovi al giorno – in Italia, con il triplo della popolazione e una brutta epidemia, erano un migliaio il 4 maggio e sono poche centinaia in questi giorni – il governatore Repubblicano ha deciso di chiudere i ristoranti ma aprire le scuole dalla materna alla terza media in agosto.

Conosco l’obiezione. Ma se davvero ci fosse un’epidemia fuori controllo, perché il numero dei morti continua a scendere?

Cominciamo da una cosa piuttosto banale: prima si viene contagiati, poi si manifestano i sintomi, poi si viene testati e solo poi, a volte molto poi, in qualche caso si muore. La storia di questa epidemia in tutti i paesi del mondo ci dice che a un grande aumento dei contagi corrisponde sempre un aumento dei morti, ma solo a qualche settimana di distanza. E per quanto il totale dei morti su base nazionale negli Stati Uniti non stia ancora crescendo molto (ma cresce, da quattro giorni), nei posti più colpiti da questa nuova ondata il numero dei morti sta già aumentando parecchio. In Arizona soltanto il 7 luglio ci sono stati 117 morti, mai così tanti in un solo giorno dall’inizio dell’epidemia. In Texas i quattro giorni con il maggior numero di morti dall’inizio dell’epidemia sono stati il 6, il 7, l’8 e il 9 luglio. In Florida il 9 luglio ci sono stati 120 morti, il giorno peggiore dall’inizio dell’epidemia.

È possibile sperare che questa seconda ondata sia meno letale della prima. Le persone contagiate potrebbero essere un po’ più giovani – sondaggi su sondaggi dicono che gli anziani americani prendono il virus molto sul serio – e l’esperienza di medici e anestesisti nel conoscere la malattia e curare i malati ha prodotto percorsi terapeutici più efficaci. Le case di riposo per anziani, poi, hanno già pagato un prezzo altissimo tra aprile e maggio. Ma l’idea che il gigantesco aumento dei contagi delle ultime settimane non sia niente di preoccupante perché il numero dei morti non è cresciuto sta già venendo smentita dai fatti: ed era la classica cosa su cui proprio non era necessario dividersi politicamente. Ce lo siamo detto più volte: l’aumento dei casi negli Stati Uniti è grande abbastanza da non poter essere spiegato col solo aumento dei test. Se fosse così, e quindi starebbero emergendo soltanto casi lievi che prima non venivano testati, non si spiegherebbero gli ospedali che stanno tornando a riempirsi di ricoverati, le terapie intensive sature o vicine alla saturazione, i dispositivi di protezione individuale del personale medico-sanitario che tornano a scarseggiare. E questo ci porta a un’altra questione.

Qual è il piano?

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