Cose piccole che sembrano grandi, e viceversa – S04E51

Questa settimana Joe Biden ha vinto le elezioni americane per la diciottesima volta, e questo è Da Costa a Costa.

È un periodo un po’ così, nella politica americana: le cose grandi sembrano piccole, le cose piccole sembrano grandi. Prendete questa: siccome Joe Biden ha vinto le elezioni presidenziali, il 14 dicembre i grandi elettori hanno espresso i loro voti e confermato la sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti. C’erano dubbi che accadesse? No. Potevamo aspettarci sorprese? No. Quanti sono stati i grandi elettori che hanno votato di testa loro, e non per il candidato che ha vinto nel loro stato? Zero.

Insomma, niente da vedere. Eppure avete visto quanto sia stato seguito e atteso questo appuntamento, pur avendo solo un significato formale. D’altra parte, prima era stato molto seguito l’assurdo ricorso del Texas alla Corte Suprema, prima ancora il tentativo di Trump fare pressioni sui Congressi statali, prima ancora i ricorsi, prima ancora i riconteggi… ora qualcuno parla della fondamentale scadenza del 6 gennaio, ma io vi consiglio di non perdere tempo. Dal 7 novembre sappiamo che il 20 gennaio Joe Biden sarà presidente. Fine.

Certo, questo non vuol dire che questo voto dei grandi elettori sia avvenuto come accade di solito. In alcuni stati i grandi elettori non hanno comunicato il luogo della loro riunione, per evitare manifestazioni e aggressioni. In altri erano protetti da poliziotti e soldati. In altri ancora hanno ricevuto insulti e minacce. Il solito, purtroppo. Ma appunto, occhio a confondere le cose grandi con le piccole. Tutte le scadenze burocratiche che abbiamo attraversato dal 3 novembre a oggi sono scadenze burocratiche. La certificazione del voto, il voto dei grandi elettori, la seduta parlamentare del 6 gennaio… sono cose piccole. La cosa grande è che il presidente uscente ha cercato in ogni modo di restare al potere nonostante la sconfitta, e un gran pezzo del suo partito cinicamente gli ha dato spago.

Questo video mi ha ricordato quel periodo in cui in Italia ogni settimana era “la settimana decisiva per la legge elettorale”.

Purtroppo non si può essere troppo sollevati per via del fatto che il sistema istituzionale americano abbia retto. Il sistema ha retto perché hanno retto le persone che ne fanno parte, non perché esistano leggi e prassi che rendano impossibile ribaltare l’esito del voto per un partito o un presidente malintenzionato. I funzionari pubblici che non hanno ceduto alle pressioni avrebbero potuto cedere. Una causa temeraria del comitato Trump è stata respinta dalla Corte Suprema del Wisconsin per un solo voto, e le cariche di quei giudici sono elettive: poteva vincere qualcun altro.

Inoltre, non sapremo mai che efficacia avrebbero avuto pressioni del genere se l’elezione fosse stata davvero equilibrata, se il risultato fosse stato davvero in bilico, se il presidente avesse condotto questa battaglia legale con fermezza e con furbizia e affidandosi a un vero team di avvocati e non a Rudy Giuliani e la Banda Bassotti. Il contesto attorno alle elezioni del 2020 era tale da impedire un ribaltamento del voto: ma non è detto che il prossimo a provarci troverà lo stesso contesto, o sarà scarso come Trump. Esiste il rischio che da qui in poi gli sconfitti facciano tutti così, soprattutto se dovessero pensare che non c’è alcun prezzo politico da pagare.

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